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La ragazza e il corvo

La villa era vuota da trent'anni, ma la fontana funzionava ancora. E sul tavolino di marmo qualcuno aveva lasciato una sfera nera che pulsava.

Una ragazza in veste rossa, con un corvo sulla spalla, osserva una sfera di marmo nero posata su un tavolino accanto a una fontana
Una ragazza in veste rossa, con un corvo sulla spalla, osserva una sfera di marmo nero posata su un tavolino accanto a una fontana

Il cancello della villa cedette al primo spintone, come se avesse aspettato trent’anni soltanto quello.

Mira entrò per prima, la veste rossa che raccoglieva la polvere del vialetto. Sulla spalla, Corvo strinse gli artigli — non per paura, ma per attenzione: era il suo modo di dire guarda meglio. Lo faceva da quando lei era bambina, e Mira aveva imparato a fidarsi di quelle piccole pressioni più che dei propri occhi.

Il cortile interno era rimasto vivo mentre la casa moriva. L’edera aveva scavalcato il pergolato e ricadeva a cascata sui muri scrostati; i vasi di terracotta traboccavano di piante che nessuno annaffiava da tre decenni. E al centro, contro ogni ragione, la fontana funzionava. L’acqua saliva dritta e bianca nel silenzio, ricadeva sulle coppe di pietra, si spezzava in mille schegge di luce.

«Nessuno ha pagato una bolletta qui dentro dal secolo scorso», disse Mira.

Corvo non rispose. Guardava il tavolino di marmo accanto alla vasca.

Sopra, posata come qualcuno l’avesse appoggiata un istante prima di allontanarsi, c’era una sfera di marmo nero. Grande quanto due mani unite. Le venature la percorrevano in filamenti chiari, e per un momento — solo un momento — a Mira parve che si muovessero, lente, come nuvole viste da molto in alto.

Si avvicinò. Il marmo del tavolo rifletteva la sfera in un’ombra rotonda e perfetta, e nel riflesso le venature erano diverse. Formavano una mappa.cinque

Corvo lasciò la spalla e planò sul bordo della fontana. Non gracchiò. Nei nove anni in cui erano stati insieme, Mira lo aveva sentito tacere così due volte soltanto: la notte in cui era morta sua madre, e il giorno in cui aveva trovato lui, ancora implume, sotto il fico del cortile.

Allungò la mano.

La sfera era calda. Non del calore del sole — il cortile era in ombra da ore — ma di quello di una cosa viva, di un animale che dorme. Sotto le dita, il marmo pulsava piano, e a ogni battito le venature chiare si spostavano di un soffio, ridisegnando la mappa in qualcosa che Mira, senza sapere come, cominciava a riconoscere.

Era la villa. Vista dall’interno della sfera.

E in una delle stanze, al primo piano, dove le finestre erano murate da trent’anni, qualcosa di piccolo e luminoso si stava muovendo verso le scale.

Dietro di lei, l’acqua della fontana si fermò a mezz’aria.

— fine ·

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